Gli immigrati che “ci fregano il lavoro” producono più della Fiat

Gli immigrati che “ci fregano il lavoro” producono più della Fiat

Barbari, riprovevoli, zotici. Non trovo altri aggettivi per definire i personaggi che, negli ultimi mesi, stanno riempiendo i social network di commenti fanatici, aggressivi e volgari su immigrati, rifugiati e richiedenti asilo.

Si nascondono dietro un monitor e, comodamente seduti su una poltrona, danno sfoggio della loro ignoranza. Sputano sentenze nel migliore dei casi approssimative, troppo spesso razziste e completamente prive di fondamento.

Prendo spunto da un’infografica pubblicata qualche giorno fa da Repubblica e dal Rapporto 2016 della Fondazione “Leone Moressa” per mettere insieme una serie di brevi riflessioni, senza alcuno scopo educativo.

Il numero di stranieri presenti in Italia sono poco più dell’8% della popolazione totale presente nel nostro Paese.

Gli immigrati battono la Fiat, o quasi.

Il Pil prodotto dagli stranieri nel nostro Paese è dell’8,8%, più del 15% nel settore agricolo e edilizio: pari a 127 miliardi di euro e di poco inferiore al fatturato (136 miliardi, per altro sbilanciati verso gli Usa) del grande gruppo automobilistico torinese. Se fossero un’azienda, i “nuovi italiani” sarebbero la 25esima impresa più grande del mondo.

E ancora: il pianeta immigrazione produce 11 miliardi di contributi previdenziali ogni anno, 7 miliardi di Irpef e pesa per il 2% sulla spesa pubblica italiana.

Senza tralasciare un altro dato importante: il 20% degli stranieri presenti in Italia vive in case di proprietà ed ha un’età media di 33 anni, contro i 45 degli italiani.

Siamo sicuri quindi che…”ci fregano il lavoro”, “ci costano un sacco di soldi” e sarebbe meglio “rimandarli a casa”?

Molti di loro, nei rispettivi Paesi, avevano una vita “normale”, lavoravano e avevano famiglia.

Sono stati costretti dalla guerra civile, dalle discriminazioni religiose e etniche, dall’omofobia ad abbandonare tutto e scappare, lasciandosi tutto alle spalle (noi facciamo borsoni e trolley per un weekend dietro casa).

Hanno attraversato tre, quattro, anche più Paesi per arrivare nella Libia martoriata e pericolosa. Spesso sono finiti in carcere, chiusi per mesi, per poi essere sbattuti su un barcone – dopo il pagamento di una cauzione – e gettati in mezzo al Mediterraneo, a vagabondare senza rotta.

Sono stati ripescati da qualche nave di soccorso e sono arrivati in Italia, bagnati, spaesati, affamati, stremati e con meno di quello che avevano quando sono partiti. E oggi, come mi disse qualche tempo fa un ragazzo al centro Cri di Ventimiglia, vedono “solo il buio nel loro futuro”.

Eppure l’unica “sfortuna” che hanno avuto, se così vogliamo definirla, è stata quella di essere nati qualche migliaio di chilometri più a sud di noi.

Nell’Africa martoriata da guerre e crisi umanitarie, politiche o nella sfera dei diritti umani, dove molti dei 54 Paesi attraversano profonde instabilità.

In cima alla lista, c’è la Somalia. Dopo il crollo del regime di Siad Barre, nel 1991, è piombata nel caos, trasformandosi in un Paese senza Stato, in cui si sono avvicendati governi deboli incapaci di mantenere il controllo del territorio. Una guerra civile, di cui in tanti hanno approfittato, poi la pirateria (ora quasi del tutto sconfitta), l’estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, che oggi, respinti nella zona a sud del paese, sconfinano sempre più spesso in Kenya. La crisi più acuta è passata, ma la situazione resta difficilissima, gli attentati nella capitale continuano a mietere vittime e tutta la classe media del paese è fuggita tra Europa e Nord America. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo.

La Libia del post Gheddafi è un altro paese in guerra, con due governi in carica e zone al di fuori di ogni controllo statuale, cui si aggiunge la porzione di territorio sotto il controllo di ISIS. Punto di raccolta delle rotte migratorie che convergono sia dall’Africa subsahariana che dal Medio Oriente, da qui partono i barconi che affollano da tempo il mar Mediterraneo.

Curiosamente, però, i libici non partono. Non verso l’Europa, almeno. Sono in tanti ad aver varcato i confini con la Tunisia e l’Egitto, in fuga temporanea. Ma sui barconi no, non arrivano. Forse perché sono i primi a sapere quanto alti siano i rischi.

In tanti fuggono da paesi schiacciati da dittature spietate. In primis, l’Eritrea, da cui fuggono tutti quelli che possono, in particolare i giovani. Sono spesso loro ad affollare i barconi, insieme ai somali. Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere dal 1993, che opprime ogni spazio di libertà personale, che obbliga ragazze e ragazzi al compimento dei 18 anni ad un servizio militare infinito, che appena avverte aria di dissenso sbatte gli oppositori reali o presunti in carceri da cui è difficile uscire vivi.

Non tanto diversa è la situazione del Gambia, paese anglofono dominato da Yahya Jammeh, un padre-padrone che non ammette dissenso. Al potere con un golpe dal 1994, soffoca ogni libertà personale e reprime il dissenso con veri e propri squadroni della morte. Situazione aggravatasi dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso dicembre, a cui ha fatto seguito un’ulteriore ondata repressiva, fatta di arresti e torture. A luglio, il presidente ha annunciato l’aumento dei reati punibili con la pena di morte. Per questo il Gambia è il più piccolo paese africano e ha solo due milioni di abitanti, ma attualmente è il 3° paese di provenienza dei richiedenti asilo.

Non si può parlare di vera dittatura, ma di regime non democratico, in genere frutto di golpe, che non rispetta i diritti umani, invece, per la Guinea e la Guinea Bissau: tanti che approdano sulle nostre coste provengono da qui.

Vari sono, poi, i paesi che escono da conflitti sanguinosi. Alcuni di questi attraversano la fase dei regolamenti di conti. Ad esempio, la Costa d’Avorio, paese ora pacificato, ma il cui ex capo di stato è sotto processo alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Chi era dalla sua parte ora lascia il paese, per sfuggire a possibili ostracizzazioni e vendette.

Esistono Boko Haram e gli Al Shabaab, ma anche altri gruppi (quasi tutti di matrice islamica) che infestano intere regioni, in particolare nella zona del Sahel. Gruppi feroci, che radono al suolo vite, tradizioni, cultura. Boko Haram e la follia del suo capo Abubakar Shekau seminano il terrore non solo nel nord della Nigeria, ma ormai anche nel nord del Camerun, nel sudest del Ciad e nel sudovest del Niger.

Ci sono altri gruppi di cui sentiamo meno parlare ma che non per questo sono meno virulenti: c’è Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico), che dall’Algeria si è spostato in Mali, dove troviamo anche Ansar Eddine che infesta il nord del Paese, cui vanno aggiunti i gruppi armati che rivendicano l’indipendenza del nord del paese, un caos che la missione Onu Minusma fatica a fronteggiare. E tanti sono i maliani che approdano sulle nostre coste, così come i nigeriani, i nigerini e in misura minore i ciadiani e i camerunesi.

Tra i richiedenti asilo compaiono anche altre provenienze: ci sono molti senegalesi e ghanesi, ci sono egiziani, marocchini e tunisini. Tutti migranti economici che tentano la via dell’asilo per ottenere i documenti? Forse. Perché, per esempio, ci sono minoranze religiose perseguitate o emarginate e omosessuali che in alcuni paesi sono anche puniti col carcere.

Poi ci sono i minori non accompagnati, in gran parte nordafricani: un vero e proprio investimento fatto dalla famiglia, che vende i propri beni per mandare il figlio ragazzino a cercar fortuna.
Situazioni complesse e variegate molto più di quanto sembri, che spiegano perché la soluzione a molte di queste crisi, che generano flussi migratori, non sarebbe tanto umanitaria, quanto politica.

Dati immigrati in Italia (Repubblica)

 

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